Festival

Confesso che i sogni migliori
li faccio seduto in poltrona:
la sera mi appisolo piano
cercando di ben digerire
il tedio, la cena e la vita.
Ma ieri davvero era strano
ciò che mi è passato davanti:
saranno gli acciacchi del tempo,
o forse ho mangiato pesante.
Mi è parso così di vedere
tra odi balletti e canzoni
il vario ed umano serraglio
che ammorba gli italici giorni
offrir la serata di gala
riunito nel tempio dei fiori.
Ho visto le solite cose
che osservo durante la veglia:
un abile cerimoniere
che àdula il suo direttore,
e un comico furbo di corte
che scherza con il suo padrone;
poi gli ospiti d’oltrefrontiera,
son belli e ancor meglio se muti.
C’è musica per ogni gusto,
la gente più bella è in platea,
ma poi come sempre puntuale
chi paga lo sfizio ed il conto
è il povero utente finale.
Non è forse questo lo specchio
di come funziona il paese?
La finta polemica scalda
e aumenta i livelli di ascolto:
si nota di più se mi indigno
o applaudo al pensier liberato?
La scaltra e ruffiana miscela
solletica l’inclita e il colto,
a turno ti viene servito
lo scandalo e il buon sentimento,
tra seni, papponi, coniglie
e poveri bimbi malati,
con lazzi per vecchie caserme
e appelli per buone intenzioni.
C’è il canto che abbraccia i migranti
e quello che piange sui figli,
ma poi il piatto forte è servito
col gay che si pente e si scusa.
Giammai questo strano paese
proscenio di mostri ed orrori
si stanca di mettere in scena
l’ipocrita farsa buffona:
ragione ha quel tipo arrabbiato
con l’ultima delle canzoni:
son sempre le solite note,
l’Italia ci ha rotto i marroni.
A un tratto mi sveglio sudato
pervaso da sdegno e magone,
e cambio canale schifato
da tanto molesto pensiero.
C’è in onda un telegiornale
coi guitti e i giullari di sempre:
han volti di stinchi di santo
più candidi di Biancaneve,
e infatti la faccia più tosta
l’ha proprio chi ci rappresenta,
un uomo all’altezza dei tempi
in questo giardino di nani.

Il Temporeggiatore

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